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Paolo Rossi, l’innovazione e le aziende.

14/01/2021

Paolo Rossi, l’innovazione e le aziende.

Nell’estate del 1982  il calcio mondiale fu innovato da un giocatore  “con la grazia del ballerino e la spietata freddezza del torero”. Un impasto fra Nureyev e Manolete, si disse. Era Paolo Rossi.

Rossi era un attaccante veloce, abilissimo negli spazi ristretti dell'area di rigore.

In un Calcio basato sul possesso di palla e sulla fisicità, introdusse il gioco senza pallone. Era abile nel rubare metri all’avversario, lo sbilanciava, sapeva quando e come smarcarsi ed arrivava sempre puntuale all’appuntamento con l’assist. Vedeva il gol prima di farlo, in una sorta di ascesi zen, degna di un monaco shaolin.  

Con il suo “fiuto del gol” fece incazzare tutti, ma soprattutto i Brasiliani e regalò il titolo mondiale al nostro Paese.

Portò innovazione nel calcio e, come disse Rossi stesso «non avendo avuto dalla sorte un grande fisico, dovetti  farmi furbo».

L’innovazione non è l’arte del “farsi furbo”, beninteso, ma il tempismo e l’opportunismo (visto positivamente come la capacità di sapere cogliere l’opportunità) ne rappresentano, a mio modo di vedere, i presupposti fondamentali. Insieme alla creatività ed alla capacità di immaginare un mondo diverso da quello nel quale ci si trova ad operare.

Ci va carattere per innovare, senso della posizione e fantasia.

Una frase che mi è sempre piaciuta recita: “viaggiare non è visitare nuovi posti, ma avere nuovi occhi” e penso che queste parole possano essere utilizzate anche per fare la sintesi del concetto di innovazione.

Avere nuovi occhi è, nella storia dell’uomo, una tecnica di sopravvivenza. Innovare è la capacità di indurre il cambiamento, senza farselo scappare di mano. E’ lo strumento principe del progresso ed è così anche per le aziende.

Quelli che parlano in inglese e che si occupano di teorie economiche chiamano questo fenomeno “open innovation” - innovazione aperta - ed affermano che le imprese possano e debbano fare ricorso ad idee esterne, così come a quelle interne, ed accedere ai mercati se vogliono progredire nelle loro competenze tecnologiche.

Detto in altre parole: di fronte alla globalizzazione le parole d’ordine sono: innovazione ed apertura. Nessuna azienda può farcela con le sue sole forze ed ecco che allora idee e fantasia devono essere ricercate anche fuori in uno scambio reciproco ed in un confronto fra diversi che arricchisce e fa andare avanti.

E se da un lato i detrattori di tali idee potrebbero sostenere che l’eccessiva apertura porti un’azienda a snaturarsi o ad imparare soprattutto a “rubare” talenti e risorse agli altri, dall’altro lato sono indubbi i benefici che il confronto può portare in termini di trasparenza, di comunicazione e di partecipazione informata.

Sapere rimettere in discussione periodicamente il proprio modo di lavorare e di operare è sintomo di salute dell’organizzazione di un’azienda. La regola dell’ Abbiamo sempre fatto così non regge e chi non s’ interroga su come una cosa possa essere fatta in modo nuovo, diverso, salvaguardando gli aspetti di qualità ed economicità, è destinato ad estinguersi.

I conservatorismi assoluti sono fini a sé stessi e  portano all’implosione.

Le aziende hanno fame di nuove idee e questa fame è ormai strutturale. Non si tratta di una moda passeggera, di un vezzo dell’attuale management aziendale mondiale.

Anche se in modo diverso e con livelli di priorità che variano a seconda del Paese del quale si parla, ormai innovare, essere creativi, lavorare con la fantasia e sulla fantasia sono concetti acquisiti ed intesi come elementi per competere e per sopravvivere sul mercato.

E’ una grande opportunità per i giovani, penso, i quali dovrebbero avere dalla loro parte proprio la capacità di vedere il mondo con occhi diversi.

L’atteggiamento delle aziende oggi, unito alle maggiori possibilità di informazione e di mobilità, è potenzialmente il terreno più fertile che sia mai capitato ad una generazione di giovani e giovanissimi in cerca di lavoro, purché abbiano il coraggio della loro immaginazione ed un sufficiente appetito per mordere il mondo.

Avevo quattordici anni in quell’estate del 1982 e lo stadio era il cortile sotto casa. Il Mister era mio fratello. Più grande di me di quattro anni, mi faceva fare sempre il portiere.

Del resto, a chi, come me, non era bravo a calciare, dribblare, andare sulla fascia, restavano solo due alternative: guardalinee o in porta. Io scelsi la porta.

Giocare a calcio in cortile era un esercizio d’immaginazione, una prova di fantasia creativa. Due pietre come pali della porta e la traversa era un’ipotesi nell’aria, una riga immaginaria poco al di sopra della massima estensione del mio braccio. Ossuto e bislungo.

Le partite erano come scontri gladiatori in stile tardo – imperiale; il pallone era usato come una mazza e il passatempo preferito era, ovviamente, “infilzare” il portiere.

E mentre mi spolpavo le ginocchia sull’asfalto con improbabili tuffi alla Dino Zoff, sui tiri imprendibili gridavo: Alto sulla traversa!!!

Tanto la traversa non c’era e lì vinceva chi aveva più fantasia.